IL SISTEMA DEL JEET KUNE DO

Il sistema Jeet Kune Do (JKD) della FEDIKA-ASC è strutturato in sintonia con la tradizione delle altre discipline marziali riconosciute dal CONI. Nel Jeet Kune Do ci sono 9 livelli di allievo (towdai) suddivisi in 4 fasi. Seguono successivamente i livelli di Istruttore (Shihen). I livelli vengono assegnati con degli appositi esami sotto la supervisione del direttore tecnico nazionale, per il JKD, della FEDIKA-ASC Alessandro Tavanti, con la partecipazione dell’istruttore di quel determinato allievo.

JEET KUNE DO

Velocità, linearità, dinamismo, essenzialità, funzionalità. Il concetto più esplicito per definire senza tante spiegazioni il JKD è “kuen siu kuen”, concetto mutuato dal Kung Fu Wing Chun, che significa “colpo su colpo”. Ogni colpo diretto verso di noi, è una violazione del nostro spazio, della nostra libertà e della nostra incolumità fisica e psicologica e nel JKD viene dunque seguito o meglio ancora, intercettato da un’altro colpo.

Bruce Lee e Ted Wong

L’obiettivo del JKD è quello di considerare tutte le possibili aggressioni e relative varianti da parte dell’individuo da strada, sia con una buona capacità di combattere e quindi autore di aggressioni più calcolate, sia con un’aggressività disorganizzata, senza conoscenze specifiche nel campo del combattimento, ma mosso solo dall’istinto, da motivazioni disoneste, dall’effetto dell’uso di stupefacenti e da tutte e tre le cose insieme. Intercettare, non soltanto il colpo, ma il tipo di individuo e la sua capacità di combattere, in anticipo alla sua aggressione.

Alex Tavanti e Ted Wong

L’individuo aggressore, secondo il principio base del JKD deve essere neutralizzato prima che le sue intenzioni diventino reali e messo in una condizione inoffensiva. Per fare questo è necessario ridurre gradatamente il divario tra teoria e realtà, tra immaginare un’aggressione mentalmente e il subirla realmente. A questo proposito si cerca di familiarizzare l’individuo con il contatto fisico, attraverso determinati esercizi (a coppie o in gruppo) e successivamente riprodurre situazioni diverse di aggressione (per la strada, all’interno di un pub, con più individui, con individui armati, ecc…) il più possibile fedeli ad un contesto reale. Ci sono individui naturalmente più portati nelle dimostrazioni spettacolari delle arti marziali, ed esistono arti marziali molto più spettacolari, come ad esempio il Kung Fu di Shaolin. Nonostante questo non tutti hanno questa qualità, ciò che interessa principalmente al JKD non è tanto la spettacolarità dell’esecuzione, per quanto bella, quanto l’efficacia dell’azione. É ovvio che l’armonia, la precisione nella tecnica, rende l’esecuzione marziale molto più completa. Quindi la ricerca della perfezione nell’azione marziale è fondamentale, ma non come finalità, bensì come perfezionamento finale dell’efficacia dell’azione distruttiva. Se la perfezione stilistica non è solo bellezza di forme, perfezionando stilisticamente il pugno, il calcio, le leve, gli intrappolamenti, le proiezioni, gli strangolamenti, ecc…, quell’azione diventerà sempre più efficace, per quello che è il suo fine e cioè neutralizzare un’aggressione, di qualsiasi genere, allora perfezionarla diventerà automatico per l’atleta marziale intenzionato a migliorarsi.

Alex Tavanti e Giuseppe Montalbano

Viceversa se il perfezionamento stilistico non porta giovamento all’efficacia dell’azione, e quindi, nel nostro caso, alla neutralizzazione dell’attacco di un aggressore da strada, o peggio ancora allontana l’allievo marziale dalla percezione dello scontro reale, il JKD insegna che quell’azione è contraria alle finalità di questa disciplina, perchè non serve nel combattimento da strada. Nella difesa personale insegnamo a sopravvivere in situazioni di estremo pericolo per la nostra vita e per quella deli altri, dunque qualsiasi elemento sfavorisca la funzionalità pratica, la percezione del combattimento da strada (street fighting), la concentrazione dinamica e la vera istintività marziale di chi si difende è da eliminare.