ORIGINE DELLE ARTI MARZIALI

Come storicamente dimostrato, l’origine delle arti marziali e della loro filosofia è da ricercarsi in due direzioni: una in India, la seconda nelle tradizioni mistiche e spirituali più antiche.

La prima testimonianza dell’esistenza di arti marziali compare nella Tradizione pre-Vedica e Vedica. Era un sistema di difesa e di combattimento che veniva insegnato e trasmesso all’interno della casta guerriera, conosciuta con il nome di Kshatriya.

La filosofia che animava la trasmissione di questa conoscenza è molto complessa e affascinante ed ha molti punti in comune con un’altra grande corrente mistica strettamente collegata al mondo marziale; il Taoismo.

Non si trattava di una semplice conoscenza su come difendersi da comuni aggressori, ma si basava sul mantenimento della pace collettiva di una determinata società di individui.

Il termine “pace” ha un significato molto più elaborato rispetto a quello che tradizionalmente siamo portati ad avere in occidente nell’era moderna. Esso si fondava sull’Ordine cosmico (Tao o Dharma) e dobbiamo da qui partire per comprendere le origini teoriche e poi pratiche delle arti marziali.

In sostanza il concetto hindu insegna che se uno nasce musicista il suo contributo alla società sarà quello, principalmente, di donare belle musiche, ma gli antichi andavano ancora oltre e dicevano che non era sufficiente che una musica fosse piacevole per le nostre orecchie, doveva essere in sintonia con l’Ordine cosmico, soltanto così avrebbe contribuito a portare la Legge Universale, la giusta armonia tra le creature viventi, conosciuta come il Dharma tra gli hinduisti e i buddhisti e come Tao tra i taoisti, contrapposto all’Adharma (il caos, la disarmonia tra le parti) che porta, sempre secondo la tradizione Hinduista, Taoista e Buddhista, ad una società basata sul degrado, sulla delinquenza, sulla sopraffazione e dove tra gli individui non vi è più collaborazione reciproca, dove gli individui non sono più spinti ad agire da un sentimento condiviso, non c’è più la percezione di un’origine comune, ma ogni parte lotta contro l’altra e il risultato sono individui che si ostacolano e danneggiano gli uni con gli altri. In questo clima particolare i più pacifisti, coloro che sono svantaggiati fisicamente o comunque più deboli, i bambini, le donne e gli anziani, non possono che vivere nel terrore.

L’arte marziale in origine serviva appunto per difendere il Dharma o Tao, da qui le indiscutibili relazioni che ci sono tra le forme più antiche di arti marziali esterne (Waijia) cinesi, come il Kung Fu di Shaolin, con il Buddhismo Chan (Zen in giapponese) e le arti marziali cinesi interne (Neijia), come il Taiji Quan, con il Taoismo.

A questo punto è necessario aprire una parentesi: le arti marziali esterne sono quelle che derivano primariamente dal Buddhismo Chan e dove con il passare dei secoli è stata riposta maggiore enfasi sull’aspetto duro del combattimento, in cui vi è attenzione oltre che all’aspetto interiore, anche ad un forte addestramento fisico. Le arti marziali interne cinesi sono quelle che derivano invece dal Taoismo e pongono maggiore attenzione sull’aspetto morbido del combattimento, valorizzando la componente meditativa ed energetica.

Lo stesso concetto del musicista può e deve essere traslato all’arte marziale. La tradizione guerriera antica insegna come per avere una buona capacità combattiva fosse necessario avere un buon distacco dai condizionamenti terreni, dalla fama, da un eccessivo attaccamento sessuale e dal danaro. Questo perchè come insegnano le grandi tradizioni hinduiste, buddhiste e taoiste, tutti questi attaccamenti assorbono energia (Prana in hindu, Chi in cinese, Ki in giapponese) e questa energia impiegata nel soddisfare questi desideri va poi a sfavore dell’energia che, sempre secondo queste antiche tradizioni, deve essere accumulata per canalizzarla nelle azioni marziali.

Sia secondo l’Hinduismo, che per il Buddhismo ed il Taoismo, la capacità di concentrazione, la volontà, la forza, la velocità, nonchè l’imparzialità e l’equilibrio interiore, erano il risultato di una grande quantità di energia interna, che quando canalizzata correttamente dava una forte capacità nel contattare la parte più trascendentale dietro l’apparenza dei fenomeni terreni e materiali considerati, da tutte e tre le tradizioni, illusori. Soltanto colui che riesce a contattare il proprio Hara (termine giapponese), il proprio centro vitale, riesce ad essere un uomo forte, ma per contattare questo centro, come insegna, per esempio, il Buddhismo Zen, occorre un forte addestramento fisico e spirituale. Questo tipo di attitudine compare spesso in tutte le tradizioni mistiche antiche che hanno una più o meno marcata relazione con le arti marziali guerriere ancestrali.

Questi sono i veri Kshatriya hindu o guerrieri del Dharma. Questo è il vero significato originale di artista marziale, e questa è anche l’origine degli antichi samurai.

Vitara Mukhi, “il pugno chiuso a forma di diamante”, è uno dei nomi più antichi di quella conosciuta oggi come Kalari Payet, l’arte marziale Hindu, arte che era in origine praticata esclusivamente dalla casta Kshatriya.

Per comprendere correttamente chi era Bodhidharma (28° Patriarca del Buddhismo indiano e 1° Patriarca del Buddhismo Chan cinese) e cosa insegnò intorno al 526 d.C ai monaci del tempio di Shaolin nella provincia dello Henan, in Cina, da cui poi si diffuse la forma più conosciuta di Kung Fu esterno, dobbiamo seguire questo percorso.

Bodhidharma era un monaco hindu, si dice che fosse un patriarca buddhista, perchè come ben si sa lo stesso Buddha era hindu, il nome di Buddha era Shakyamuni, ovvero il saggio (muni) della tribù degli Shakya, una tribù appartenente ad una stirpe di Kshatriya. La Kalari Payet (arte marziale indiana moderna) deriva dalla Vitara Mukhi, la cui conoscenza era contenuta nel Dhanur Veda, il Veda dell’arte del combattimento. Era una conoscenza molto complessa che si basava sulla memorizzazione precisa di tutti e 365 i punti vitali dislocati nell’organismo umano (marma) di cui 107 sono letali, e delle varie modalità di percussione per provocare differenti effetti in marma diversi. Esistono marma che se premuti con una certa forza sono mortali, marma invalidanti pemanentemente e marma invalidanti transitoriamente. I marma potevano essere usati per guarire da malattie come nell’Ayur Veda (il Veda che studia la scienza della vita, della sua malattia e della sua guarigione) o per bloccare un’aggressione o uccidere un individuo anche a distanza di ore, giorni o anche mesi dalla percussione di un determinato punto marma (ci sono teorie sulla morte di Bruce Lee che adducono il suo forte mal di testa prima del decesso ad un colpo proibito di questo genere). Il Dhanur Veda basava molto della sua conoscenza marziale, oltre che sui punti marma, anche sullo studio dei processi della natura e dei 5 Elementi (Bhuta; etere, aria, fuoco, acqua e terra) e sull’osservazione del comportamento di alcuni animali. L’affinità con l’arte marziale del Dhanur Veda e alcune asana Yoga che si basano sugli animali come ad esempio la makarasana (la posizione del coccodrillo) o la bhujangasana (la posizione del cobra), è presto detta.

Il percorso India, Cina, Giappone sembra essere un percorso obbligato, basti pensare al buddhismo: nasce in India, viene importato in Cina e dalla Cina passa al Giappone. Ed è grazie proprio al buddhismo hindu che prende forma il Kung Fu di Shaolin.

Naturalmente Bodhidharma non poteva che essere in possesso di queste conoscenze, provenendo dall’India e appartenendo ad una stirpe di monaci kshatriya. Si racconta che quando giunse nel tempio di Shaolin rimase colpito dall’enorme sonnolenza che albergava tra i monaci nel momento della preghiera. Si dice difatti che molti di questi monaci quando pregavano i loro sermoni si addormentavano nel bel mezzo della preghiera. Bodhidharma comprese subito che c’era bisogno di una congiunzione tra attività fisica e attività spirituale (congiunzione che forse non farebbe male neanche ai nostri monaci cattolici). Nasce così il Kung Fu di Shaolin. Cominciò a trasmettere tra i più determinati le sue conoscenze che inizialmente presero il nome dei “18 movimenti dei Lo-Han”, movimenti che si basavano sull’osservazione di 5 animali (tigre, leopardo, serpente, gru, drago).

Facciamo una panoramica adesso di cosa è accaduto dopo, per comprendere come su tutti gli stili da combattimento esterni c’è stata la dirompente influenza delle arti marziali cinesi, a loro volta di derivazione hindu.

Le arti marziali antiche venivano considerate alla stregua di conoscenze esoteriche ed altamente pericolose, per questo in ogni tradizione marziale antica, la conoscenza veniva tramandata soltanto oralmente, per impedire che certi scritti finissero nelle mani sbagliate, ovvero nelle mani di coloro che avrebbero utilizzato queste conoscenze non più per il mantenimento dell’ordine sociale, ma per fini esclusivamente terreni.

Forse molti non sanno o non ricordano che la conoscenza tradizionale di ogni scuola, anche successivamente all’epoca hindu e dell’antica Cina, era suddivisa in insegnamenti omote (giapponese) cioè accessibili a tutti gli allievi di quella particolare scuola, e insegnamenti okuden (giapponese), cioè riservati solo alla “cerchia interna” dei discepoli (perchè tali erano considerati) del Sensei (giapponese), ovvero il capo spirituale nonchè marziale della scuola di appartenenza (Ryu), e di scuole gia all’epoca di Tokugawa (1615 circa) in Giappone ce ne erano diverse. Questa strutturazione dell’arte marziale giapponese ricalcava perfettamente le tradizioni più antiche cinesi ed hindu

Per questo motivo rimane difficile datare con precisione l’origine di alcune tra le arti marziali più antiche.

È il caso dell’arte marziale disarmata più antica giapponese, che ha dato origine alle maggiori arti marziali giapponesi: il Ju Jitsu.

Il Ju Jitsu non ha un fondatore riconosciuto. Si racconta solamente che il mitico fondatore rimase profondamente colpito nell’osservare come un salice si piegasse senza spezzarsi sotto il peso della neve e attraverso questo stesso piegamento si liberasse di un colpo di tutta la neve che lo sovrastava. Da qui il nome Ju Jitsu, ovvero “arte della cedevolezza”.

Una tra le poche date riconducibili alle origini del Ju Jitsu è il 720 d.C., in cui si hanno notizie di un incontro di Chikara Kurabe, antiche prove di forza da cui trarrebbero origine sia il Sumo (lotta tradizionale giapponese) che il Ju Jitsu.

Ma adesso arriviamo alla data che più ci interessa per il nostro settore. Siamo nel sedicesimo secolo, quando un cinese Chen Yan Pin, nella provincia di Aichi in Giappone, insegna a tre ronin (“uomini-onda”, samurai senza un padrone), i segreti delle scuole di Kung Fu cinese. Si dice che da questi tre ronin sarebbero poi derivate le prime scuole di Ju Jitsu in Giappone.

Siamo nel 1869, nasce il fondatore del Karate, Funakoshi Gikin. Da giovane studia il Tode, lo stile di combattimento dell’isola di Okinawa. Lo stile autoctono dell’isola di Okinawa subì notevoli influenze del Kung Fu cinese, tanto è vero che è conosciuto anche come “la mano di Tang”, nome di chiara derivazione cinese.

Il Tode di Okinawa si divideva esattamente come il Kung Fu cinese in due grandi scuole: il Naha-te (la mano di Naha) e lo Shuri-te (la mano di Shuri). Lo Shuri-te ha delle notevoli ed inequivocabili somiglianze con il Kung Fu di Shaolin e quindi assorbe le influenze della scuola marziale cinese del nord. La scuola Naha-te ha invece delle forti similitudini con le scuole di Kung Fu cinesi del sud.

La disciplina elaborata da Gikin è la combinazione di diversi stili del Tode di Okinawa, in particolare dello Shuri-te.

1936. Gikin sistematizza e codifica con il nome di Karate-do (la via della mano vuota) il suo stile da combattimento, conosciuto poi come Karate Shotokan. Si sono sviluppati in Giappone negli anni numerosi stili di Karate, ma tutti derivanti dal Karate di Okinawa. L’unica forma di Karate che si diversifica in maniera sostanziale da quello di Gikin, pur assimilando i fondamenti dello Shotokan, è il Kyokushinkai Karate (il Karate della suprema verità). Il Kyokushinkai è nato nel 1957, fondato dal coreano Masutatsu Oyama.

1882. Jigoro Kano presenta la prima codificazione del suo stile: il Judo Kodokan.

Judo significa “la via della flessibilità”, ed è di chiara derivazione Ju Jitsu, di cui Jigoro Kano fu un assiduo praticante, tantevvero che da molti il Judo è considerato una ricodificazione più moderna del Ju Jitsu.

Tutto questo per quanto concerne gli stili esterni giapponesi.

Per quanto riguarda quelli di derivazione interna abbiamo l’Aikido, il cui fondatore è Mohirei Ueshiba (1883-1969). Aikido significa “via dell’unione dell’energia” (Ki). Questo stile si basa notevolmente su una famosa scuola dell’Hokkaido, il Daito Ryu, scuola che praticava una forma particolare di Ju Jitsu che si basava sugli stili interni cinesi di derivazione taoista, il Pakwa.

Esiste una forma ancora più introspettiva dell’Aikido, nel panorama marziale giapponese, che pone l’accento ancora di più sul Ki, conosciuta appunto come Ki-Aikido. Quest’ultima scuola predilige in maniera ancora più forte l’aspetto introspettivo ed energetico, da qui il rafforzamento Ki.

Questa è una breve e sintetica panoramica su alcune arti marziali praticate nell’era moderna e le loro origini.

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